Di Alessia D’Introno
Va-Bene Elikem Fiatsi, conosciuta anche come crazinisT artisT, è una delle voci più audaci e rivoluzionarie nel panorama artistico contemporaneo ghanese. Con i pronomi sHit if not She, sovverte le contraddizioni del linguaggio e denuncia come il retaggio coloniale omofobo abbia contribuito a radicare la percezione delle persone queer come disgustose. Artivista di fama internazionale, il lavoro di Fiatsi si distingue per l’intensa fusione tra performance, attivismo e la costruzione di spazi sicuri per la comunità queer e trans. Attraverso l’arte, non solo racconta storie di resistenza e identità, ma sfida apertamente le strutture oppressive, trasformando il suo operato in un atto politico. Fiatsi crea nelle sue performance un’esperienza che trascende il semplice atto artistico, immergendo il pubblico in un’interazione viscerale e immediata. Gli elementi tangibili della performance dal vivo, come l’atmosfera coinvolgente e il legame diretto tra artista e spettatore, creano una sensazione unica di connessione ed energia profonda. Ogni sua esibizione è un invito a entrare in un mondo complesso, fatto di sofferenza, auto accettazione e riscoperta. Non si limita a “mostrare”, ma crea uno spazio in cui il pubblico può riconoscersi e confrontarsi con i propri tabù. In un certo senso agisce come uno specchio. Può suscitare empatia o provocare disagio, costringendo lo spettatore a confrontarsi con le proprie emozioni e le contraddizioni della società contemporanea.

Uno degli esempi più emblematici del suo impegno è la mostra MANIFESTATTION #43 (WHERE AND FOR WHOM?) LISTENING TO THE ABSENCES, recentemente presentata alla galleria Buro Stedelijk. In Sacred Wounds (2024), Fiatsi presenta una performance che si fa esplorazione profonda dell’identità queer. Questo rituale intimo racconta il viaggio trasformativo di una persona in attesa di diventare chi è destinata a essere, un cammino di auto-scoperta e di accettazione delle proprie vulnerabilità. È un viaggio di dis-apprendimento e ri-apprendimento, mentre sfidiamo credenze radicate e costruiamo le nostre narrazioni. In questo processo, ci muoviamo attraverso un paesaggio di vulnerabilità, esponendo il nostro io più intimo, permettendoci di essere visti e ascoltati1.


Il documentario Home is Resistance (2024) racconta la nascita e l’evoluzione di PerfocraZe International Artist Residency (pIAR), un’iniziativa fondata e diretta da Fiatsi a Kumasi. Più di una semplice residenza artistica, pIAR è un santuario d’amore, uno spazio coraggioso, un rifugio sicuro e una roccaforte di difesa. Funziona come luogo di incontro dove le persone possono unirsi, creare, connettersi e trovare conforto, dalle parole della fondatrice. È il primo e unico spazio artistico in Ghana gestito apertamente da una persona trans, un laboratorio culturale e strumento di connessione e cambiamento sociale. Dal 2018, pIAR ha ospitato oltre 160 artisti provenienti da più di 25 paesi, creando un ambiente di sperimentazione e collaborazione che supera i confini dell’arte tradizionale. Il documentario Home is Resistance accompagna gli spettatori all’interno di questo ambiente unico, offrendo una prospettiva intima sul suo impatto mutativo. Per l’artivista, l’arte non è solo espressione, ma un atto di responsabilità e cura verso la comunità: Penso che l’intera presentazione dei miei lavori riveli le complessità della nostra creazione artistica, destinata alle persone che siamo, con cui viviamo, di cui ci prendiamo cura, e la nostra resistenza in relazione a dove veniamo e per chi creiamo questi interventi.

L’impegno di Fiatsi assume un significato ancora più urgente nel contesto della recente proposta di legge anti-LGBTQIA+ in Ghana, un provvedimento che, se approvato, potrebbe imporre pene detentive a chiunque sia considerato omosessuale o sostenga pubblicamente i diritti della comunità queer. Questa legge, sostenuta da una coalizione religiosa e politica, rappresenta non solo un attacco ai diritti umani, ma anche una strategia politica che sfrutta la vulnerabilità della comunità LGBTQIA+ per consolidare potere e consenso. In risposta a questa crescente repressione, l’artista fonde il proprio passato da predicatrice per riconfigurare le narrazioni cristiane e dialogare con il pubblico su un terreno familiare, ribaltando i dogmi religiosi in un messaggio di inclusione. Il suo lavoro è un’azione diretta contro le discriminazioni sistemiche. Nelle sue performance utilizza simbolismi e narrazioni cristiane per comunicare con il pubblico. Il mio passato da predicatrice molti anni fa è inseparabile da chi sono e dal lavoro che faccio come artista oggi. Per questo ora mi definisco un artvangelist. Tra le opere che ricordiamo, in Holier-Than-Thou (2021) Fiatsi inscena una crocifissione simbolica nel Venerdì Santo, sovvertendo la narrativa cristiana dominante per denunciare la crescente violenza contro le persone queer in Ghana. La performance diventa un rituale di memoria e giustizia, un invito a riflettere sul ruolo della religione nell’alimentare discriminazione e oppressione. Con il suo corpo esposto e vulnerabile, Fiatsi richiama alla responsabilità collettiva, trasformando la sofferenza in un atto di resistenza e amore incondizionato.


In questo contesto di crescente repressione, Love fEAST, l’evento annuale organizzato da pIAR, assume un significato ancora più forte. Giunto alla sua settima edizione, il festival si è tenuto lo scorso gennaio e ha celebrato i valori di ospitalità, accoglienza e supporto reciproco, mirando a creare un legame solido e solidale tra artisti, famiglie e comunità. Durante l’evento, sono stati premiati coloro che hanno avuto un impatto significativo nelle arti, nella cultura e nella politica del Ghana, sottolineando il valore di chi contribuisce al cambiamento e alla crescita della società. Inoltre, l’evento ha presentato i nuovi membri della residenza artistica 2025, offrendo una piattaforma per la condivisione di storie e la creazione di nuove collaborazioni. Tra cene, performance e interventi artistici, Love fEAST è diventato un simbolo di rinascita, solidarietà e amore incondizionato, un’opportunità di costruire ponti tra diverse realtà e culture, creando uno luogo dove la comunità si sente vista, ascoltata e valorizzata.

Questo impegno l’ha portata a ricevere di recente il Prince Claus Impact Award, uno dei riconoscimenti più prestigiosi nel campo dell’arte e del cambiamento sociale. Il premio, assegnato ad artisti e attivisti che utilizzano la cultura come strumento di giustizia e resistenza, conferma l’importanza del suo lavoro su scala globale. Ma cosa significa oggi fare arte in un contesto di crescente repressione? Come si costruisce una comunità artistica sotto la minaccia costante della criminalizzazione? In questa intervista, l’artista Va-Bene Elikem Fiatsi condivide la sua visione, il suo percorso e la sua lotta.
Partiamo subito dal premio. Cosa significa per lei ricevere il Prince Claus Impact Award?
Il Prince Claus Award non solo ha aumentato la mia visibilità e riconoscimento, ma ha anche dato a me e ai giovani artisti queer la fiducia nel processo di resistenza e di perseveranza. Ho investito il denaro del premio per acquistare un terreno e costruire il crazinisT artisT compleX, che fornirà uno spazio per una residenza e molti altri progetti.
Quali sono gli obiettivi della residenza pIAR e come si è evoluta?
Questa residenza è diventata un laboratorio e un santuario che consente alla comunità queer di trovare una voce collettiva ed espandere la propria visibilità nella scena artistica ghanese. Non solo favorisce lo scambio tra artisti locali e internazionali, ma rafforza anche la comunità queer.
Quali progetti recenti di pIAR hanno avuto un impatto significativo sull’arte locale e internazionale?
Il progetto Love fEAST ha promosso la solidarietà e l’alleanza, cambiando le percezioni e le realtà locali come un ponte tra arte, vita e le cosiddette famiglie ghanesi. Inoltre, le attività della residenza hanno avuto un impatto significativo sia a livello locale che internazionale, creando numerosi network e collaborazioni che incoraggiano le persone a esplorare nuove possibilità oltre i loro confini abituali.

Come il suo lavoro ha influenzato la percezione della comunità LGBTQIA+?
È un grande onore essere considerata una madre, una regina madre, un mentore e un’ispirazione da molte persone nella comunità queer e persino al di fuori di essa. Per me, questo significa che hanno trovato la fiducia e il coraggio di vivere autenticamente e resistere all’oppressione. È la manifestazione del fatto che ci siamo e che ci siamo sempre stati.
Parlando delle sue performance, in una intervista ha detto che quando si è esposta a livello internazionale, l’hanno definita un’artista performativa. Come lei definirebbe sé stessa, invece?
Se non avessi avuto una formazione accademica sull’arte performativa, mi sarei descritta come una resistente, una guaritrice e una manifestatrice. Ho rivendicato l’etichetta di arte performativa non perché mi definisca al meglio, ma per la mancanza di migliori categorizzazioni. Questo vale sia oggi che sono conosciuta a livello internazionale, sia ai tempi dell’università, quando il mio lavoro veniva già etichettato come performance art. All’epoca ero semplicemente interessata a creare interventi o azioni dal vivo che potessero provocare riflessioni su esperienze vissute e vulnerabilità quotidiane ignorate anche negli ambienti accademici.

Quanto è importante lo spazio fisico e pubblico nel suo lavoro?
Gli spazi fisici e pubblici non solo mettono in evidenza le nostre realtà e gli orrori che affrontiamo, ma promuovono anche empatia, solidarietà e visibilità. Queste questioni urgenti mi hanno spinta a rimuovere il mio corpo dalla tela e dalla sicurezza dello studio per collocarmi direttamente nelle strade, nei mercati e in altri spazi pubblici, nonostante i rischi e i pericoli associati a un atto così radicale.
Pensa che l’uso di forti simboli cristiani, come in Crucifix del 2014, una forte denuncia contro la violenza provocata dall’ignoranza e dal pregiudizio, amplifichi un messaggio di resilienza e guarigione?
In Ghana usare simboli cristiani è come parlare la lingua del popolo. Il colonialismo in Africa ha incluso l’imposizione di religioni occidentali come il Cristianesimo. Questo ha contribuito all’oppressione dei gruppi emarginati, come si vede nel disegno di legge anti-LGBTQIA+ proposto e sostenuto dai cristiani che divide le famiglie. Per comunicare efficacemente con coloro che usano la religione per giustificare discriminazioni, genocidi e altre violazioni dei diritti umani, è necessario reclamare e sovvertire i simboli cristiani. Raffigurare Cristo come nero, trans, queer o donna è di per sé un atto d’arte e resistenza, una forma di protesta che definisco artvangelo.

Quali sono le reazioni più comuni del pubblico durante le sue performance? Ha mai notato curiosità, paura o ostilità?
Le reazioni del pubblico ai miei lavori sono varie e complesse, e includono ostilità, empatia, curiosità e aggressione. Spesso il pubblico si divide, intraprendendo discussioni e litigi. Mentre alcuni considerano il mio lavoro blasfemo o anti-cristiano, altri riescono a relazionarsi con il messaggio. È un’arma a doppio taglio che ci colpisce tutti.
A cosa sta lavorando al momento?
Attualmente, sto gestendo diversi progetti internazionali e risparmiando diligentemente i miei guadagni per costruire questo complesso. È fondamentale considerando il disegno di legge proposto che minaccia di incarcerare i proprietari che affittano le loro proprietà a persone queer.
Va-Bene Elikem Fiatsi [aka crazinisT artisT] è nata nel 1981 a Ho, in Ghana e usa il pronome sHit se non She. Va-Bene vive attualmente a Kumasi, in Ghana, ma lavora a livello internazionale come “artivista” multidisciplinare, curatrice, filantropa e mentore in diversi Paesi. È fondatrice e direttrice artistica di crazinisT artisT studiO (TTO), Our Railway Cinema Gallery (ORCG) e perfocraZe International Artists Residency (pIAR), che mirano a radicalizzare le arti e a promuovere lo scambio tra artisti internazionali e locali, attivisti, ricercatori, curatori e pensatori critici. Come performer e artista di installazioni, crazinisT indaga gli stereotipi di genere, i pregiudizi, la queerness, le politiche e i conflitti identitari, lo stigma sessuale e le loro conseguenze su gruppi o individui emarginati. Con rituali e un personaggio gender-fluid, impiega il proprio corpo come strumento di riflessione in performance, fotografie, video e installazioni, “life-and-live-art” che affrontano temi come il disconoscimento, l’ingiustizia, la violenza, l’oggettivazione, l’oppressione interiorizzata, l’anti blackness, l’indottrinamento sistemico e molti altri.
- https://burostedelijk.nl/2024/11/19/sacred-wounds-2024/ ↩︎